Resistenza nel Biellese 

1943-1945

[In aggiornamento]

  

LE REAZIONI NEL BIELLESE ALL'ANNUNCIO DELLA CADUTA DI MUSSOLINI 25 LUGLIO 1943 


25 luglio 1943: il re Vittorio Emanuele III revoca a Benito Mussolini l'incarico di capo del governo italiano, sancendo così la fine del ventennale regime fascista.

 

Di seguito presentiamo una ricostruzione di come quell’evento fu vissuto a Biella; ci siamo avvalsi di documenti dell’epoca (conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato e messi a disposizione dall’Istituto per la storia della Resistenza di Varallo Sesia), delle pagine de "il Biellese" (unico organo di informazione locale rimasto a Biella dopo la chiusura del bisettimanale fascista "Il Popolo Biellese") e delle testimonianze di due biellesi che vissero quei drammatici momenti con stati d’animo contrapposti: Rodolfo De Bernardi, capo redattore de "Il Popolo Biellese", e Benvenuto Santus, membro del comitato federale biellese del Partito comunista che operava in clandestinità.

 

L’annuncio delle dimissioni di Mussolini e dell’incarico di formare un nuovo governo affidato dal re al Maresciallo Pietro Badoglio viene trasmesso alla radio alle ore 22 e 45 del 25 luglio 1943.

 

A Biella non sono molti quelli che lo captano: in quella calda domenica di fine luglio il termometro ha raggiunto (e superato) i 32 gradi, inducendo la gran parte dei residenti in città a rifugiarsi sulle zone collinari e montuose circostanti, o lungo le rive del lago di Viverone, per trovare un po’ di sollievo all’afa opprimente.

 

Il rientro alle proprie case avviene solo in tarda serata e così «la più parte dei cittadini – scriverà nel 1966 su "Eco di Biella" Rodolfo De Bernardi – se ne era andata a letto senza ancor nulla conoscere di quanto era avvenuto a Roma, dopo la riunione del Grande Consiglio, e di quanto in proposito la radio aveva diffuso nel suo comunicato straordinario».

 

La notizia, «inattesa e sorprendente», non sfugge però all’attenzione dei fascisti locali: «[…] un redattore de "il Popolo Biellese" Luigi Pralavorio – prosegue la testimonianza del giornalista biellese – aveva chiamato al telefono il redattore capo del giornale [lo stesso De Bernardi] per metterlo al corrente dell’accaduto. Seguirono subito alcune telefonate a Torino […] e, verso le 22 [l’ora indicata è chiaramente errata, dal momento che il comunicato radio fu diramato alle 22 e 45: è probabile che si trattasse delle ore 23], un convegno alla caserma dei Carabinieri, nell’ufficio del Capitano Crimi, presenti il Segretario del Fascio, dr. Lino Bubani, il vice segretario Carlo Borsano, il Commissario di P. S. dr. Marocco».

 

I dirigenti fascisti vengono informati dell’esistenza di un piano di emergenza per la tutela dell’ordine pubblico, che sarebbe entrato in vigore durante la notte e della cui esecuzione è stato incaricato il colonnello Guido Maffei, comandante del presidio militare cittadino.

 

Durante la riunione interviene telefonicamente il prefetto di Vercelli Giuseppe Murino, il quale invita il segretario del fascio Bubani «a continuare nelle mansioni di tutti i giorni, senza, tuttavia, adottare iniziative personali per ciò che si riferiva all’annunciato cambio della guardia nel Governo d’Italia»; a proposito del giornale fascista "Il Popolo Biellese", la cui uscita è prevista per il giorno dopo, lunedì 26 luglio, il funzionario governativo consiglia di limitarsi alla pubblicazione dei comunicati ufficiali, astenendosi dall’aggiungere commenti («[…] non erano invece poste limitazioni di sorta alle cronache di sempre, a quelle sportive, di vita cittadina e delle vallate»).

 

Intorno alla mezzanotte il gruppo (trasferitosi alla Casa del Fascio, dove è stato raggiunto dal segretario amministrativo del partito, Cesare Lavioso) viene contattato, sempre telefonicamente, dal segretario federale di Vercelli, Chiarissimo Quaglio, il quale ribadisce che «non era successo niente di straordinario: non più di un normale avvicendamento ad un incarico anche se di alta responsabilità», e invita i fascisti biellesi a rimanere al loro posto «sereni e fiduciosi».

 

Fra i pochi biellesi che apprendono delle dimissioni di Mussolini dalla radio c'è il comunista Benvenuto Santus, il quale, essendo al corrente già da tempo dell’esistenza di trattative tra «alcuni elementi dell’antifascismo e gruppi legati alla Corona per far cadere il fascismo e salvare la monarchia», non rimane totalmente sorpreso dall’annuncio: «[…] la notizia della seduta del Gran Consiglio e dell’arresto di Mussolini non giunse del tutto inattesa […] Comunque non per questo l’emozione fu meno grande, pareva una cosa impossibile. Non tutto sembrava spiegabile. Il comunicato era laconico. Festeggiammo la notizia con mia moglie, mio padre e mia cognata, che convivevano con noi, stappando una bottiglia di vecchia Spanna di Valdengo».

 

Rapidamente l’eco di ciò che è avvenuto a Roma si diffonde in tutta la città e alle prime luci dell’alba cominciano a formarsi assembramenti di persone festanti per quello che ritengono il preludio alla fine della guerra.    

 

La mattina di lunedì 26 luglio il segretario Bubani, recatosi come di consueto in ufficio con indosso la divisa d’ordinanza, trova la strada prospiciente la Casa del Fascio (lo stabile attualmente occupato dall’Agenzia del Territorio in via Amendola) invasa dai manifestanti che tentano di accedere ai locali interni: l’ingresso è però bloccato dai fanti del 53° reggimento, che intorno alle ore 2 della notte precedente sono stati inviati a presidiare l’edificio in applicazione della prima fase del piano di emergenza poco sopra ricordato.

 

Sono comunque gli stessi militari a provvedere all’abbattimento delle insegne fasciste (i fasci littori collocati sulla facciata dell’edificio) e a consentire che la folla si impadronisca di un ritratto di Vittorio Emanuele III che viene portato in corteo lungo le vie cittadine.

 

Santus, transitando nei pressi di Palazzo Oropa, vede «"defenestrare" un grosso busto di Mussolini che un marinaio aveva portato fuori dagli uffici del Municipio».

 

Relazionando al Capo della Polizia sugli avvenimenti del periodo 25 – 30 luglio, il prefetto Murino scriverà che a Biella «al suono delle sirene delle ore 10 gli operai di quasi tutti gli stabilimenti sono usciti dalle fabbriche per manifestare la loro simpatia al nuovo governo».

 

Poco prima di mezzogiorno un gruppo di antifascisti si reca presso la tipografia della Sateb al Vernato, dove si stampa il "Il Popolo Biellese", e blocca l’uscita del giornale; il giorno dopo il prefetto informerà il Ministero dell’Interno di aver inviato la forza pubblica a presidiare i locali, disponendo nel contempo la sospensione delle pubblicazioni a titolo precauzionale.

 

Nel corso della giornata rivolgono comizi alla popolazione diverse personalità antifasciste, tra cui l’ex sindaco socialista Virgilio Luisetti, che percorre poi le strade di Biella alla testa di un corteo su cui campeggiano i ritratti di Giacomo Matteotti.

 

Alcuni manifestano il proprio risentimento nei confronti del Regime bruciando gagliardetti e bandiere fasciste; altri cercano invece di trarre profitto dalla situazione confusa che si è venuta a creare: «Il 25 luglio scorso in Biella – comunicherà ancora il prefetto in un’informativa al Ministero dell’Interno datata 11 agosto – durante le dimostrazioni popolari verificatesi in occasione della caduta del governo fascista […] alcuni elementi […][hanno invaso e derubato] le abitazioni del Comm. Giuseppe Rivetti, del Comm. Serralunga, podestà di Biella, del dottor Bubani, ex segretario politico».

 

Manifestazioni popolari hanno luogo anche nei paesi del circondario: negli stabilimenti industriali di Vallemosso gli operai decidono spontaneamente di astenersi dal lavoro; a Tollegno la folla invade la casa del fascio e il municipio «asportando i ritratti del Duce e le insegne del Littorio»; a Netro viene aggredito l’istruttore delle organizzazioni giovanili fasciste; ad Andorno il fiduciario del Fascio locale è ferito ad una gamba con una coltellata.

 

Fatta eccezione per questo episodio, e per il lieve ferimento di quattro persone a seguito dello scoppio di una bomba a mano, gli atti di violenza sono limitati a qualche scazzottata.

 

Il prefetto Murino assicura il Ministero dell’Interno che «appena pervenuta [la] notizia [del] cambiamento [di] Governo sono state da quest’ufficio impartite immediate precise disposizioni per [la] tutela [dell’] ordine pubblico che [erano] state seguite prontamente con perfetta concorde intesa da parte forze esercito carabinieri et polizia»; e il questore Rossi confermerà che si è verificato «solo qualche incidente di poca entità et senza conseguenze verso persone ritenute ostili».

 

Nei giorni seguenti, con il ritorno al lavoro degli operai, la situazione torna alla normalità: «Se in Biella città l’ordine è stato spontaneamente rispettato – scriverà con sollievo "il Biellese" – anche nelle vallate, dove anzi si è normalmente lavorato, la disciplina è stata mantenuta. La popolazione biellese ha dato ancora una volta la prova della sua maturità politica, che è fatta di amore al lavoro, all’ordine, alla Patria».

 

Svanita l’euforia iniziale, appare sempre più evidente che l’avvio di una nuova fase politica, auspicato da molti dopo il cambio al vertice e la scomparsa dei simboli fascisti, mal si concilia con le intenzioni del re e di Badoglio; e a rendere più fosco e incerto l’avvenire stanno anche le parole pronunciate dal nuovo capo del governo: «La guerra continua»

Galleria Fotografica

Le fotografie provengono dall'archivio Cesare Valerio, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella 
(È vietata la riproduzione e la diffusione delle immagini senza la preventiva autorizzazione del titolare dei diritti).

Soldati del 53° Rgt Fanteria asportano i fasci littori dalla Casa del Fascio 

(Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, archivio Cesare Valerio)



Dopo l'irruzione nella Casa del Fascio alcuni manifestanti scendono in strada innalzando il ritratto di Vittorio Emanuele III 

(Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, archivio Cesare Valerio)

La folla in via Littorio, oggi via Amendola 
(Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, archivio Cesare Valerio)

Il corteo con in testa Virgilio Luisetti sfila in piazza Vittorio Veneto 
(Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, archivio Cesare Valerio)

"DUMSE DAL TI! – SIAMO FINALMENTE LIBERI!"

La destituzione di Mussolini non rappresentò, malgrado le speranze degli antifascisti, il preludio ad una nuova stagione politica.

  

Riferendosi al Biellese orientale (ma riteniamo che il giudizio possa essere esteso a tutto il circondario) Claudio Dellavalle ha affermato che «la caduta del fascismo non segna […] un salto qualitativo e quantitativo nell’attività dei partiti antifascisti», aggiungendo che «non ci si sottrae all’impressione che la caduta del regime abbia lasciato un vuoto che le forze antifasciste non sono in grado di occupare e nel quale il governo Badoglio trova larghi margini di manovra».

 

Emblematica della situazione di immobilismo che caratterizza i quarantacinque giorni precedenti l’annuncio dell’armistizio è la mancata sostituzione dei funzionari dell’amministrazione pubblica nominati dal governo fascista, «contro i quali – hanno precisato Anello Poma e Gianni Peronarisultavano inefficaci le sollecitazioni per un più deciso intervento delle nuove autorità»: il prefetto di Vercelli Giuseppe Murino, in carica dalla metà di giugno del 1943, respinge sistematicamente le dimissioni di coloro che intendono presentarle, imitato dal suo successore, il commissario Stefano Mastrogiacomo, che gli subentra nella seconda metà di agosto.

 

Il crollo del fascismo comporta comunque un cambiamento nelle abitudini quotidiane degli italiani e l’abbandono di quelle consuetudini che sono state introdotte durante il Ventennio (ad esempio l’obbligo di usare il "voi" nei rapporti interpersonali o il divieto di esprimersi in dialetto).

 

Un interessante articolo pubblicato su "il Biellese" del 27 luglio, dal titolo "Come un uomo qualunque ha vissuto la giornata di lunedì", coglie da una diversa prospettiva le reazioni e i commenti dei biellesi nelle ore immediatamente successive all’annuncio delle dimissioni dell’ex Duce.

 

Girovagando per le vie di Biella la mattina del 26 luglio, l’anonimo autore dell’articolo ha modo di constatare l’aria di festa che si respira in ogni dove, il sollievo per la fine di un’oppressione durata troppo tempo, il ripudio dei segni e dei simboli del caduto regime: emblematica in tal senso è l’immagine della donna che, in precario equilibrio su un trespolo, cerca di cancellare da un muro l’effigie della testa di Mussolini staccando l’intonaco con le unghie.

 

Nei giorni seguenti ai Vigili del Fuoco è affidato l’incarico di rimuovere tutte le insegne e le scritte fasciste presenti in città; tuttavia, scrive "il Biellese" del 30 luglio, «parecchi cittadini, tra cui qualche industriale, aveva già provveduto di iniziativa propria a fare tinteggiare i muri di cinta dei loro stabilimenti e delle loro proprietà».

 

Proseguendo nel suo giro, il cronista si imbatte in «quattro olle di salami e […] mezza dozzina di ruote di formaggio che passeggiarono il Corso. Fu soltanto la documentazione che accanto a chi tirava la cinghia c’era chi aveva la pancia piena».

 

Via Umberto [l'attuale via Italia] è popolata di persone festanti, con facce «distese, spianate, sorridenti», in un tripudio di bandiere tricolori: «"Dumse dal ti" – si dicevan taluni che prima d’allora non s’eran mai visti – siamo finalmente liberi . . . A me è toccato l’abbraccio di un buon operaio. Mi vide all’angolo dei giardini, mi venne […] incontro e mi abbracciò con tutta l’effusione possibile […] Ed intanto mi ripeteva: "j’ù sempe dilo mi . . ."».

 

Uno dei protagonisti della giornata è sicuramente il vino «che, da quando mondo è mondo, dicono che letifichi il cuor dell’uomo. E fu la nota più saliente del pomeriggio, da una certa ora in giù. Dalle cantine, piene come nei dì di fiera ai bei tempi, uscivan, assieme all’odor di vino, canti a distesa».

 

Alle libagioni partecipano anche i militari presenti in città, come quelli incontrati dall’autore nei pressi della sua abitazione, «bei ragazzoni che, nel loro ufficio di piantone, decoravano splendidamente l’ambiente. Ma la giornata lunga e l’arsura, quel pane, al rancio, non voleva proprio andar giù così asciutto. – Ca dla – fa uno di loro in schietto gergo torinese ad una signora che rientrava – l’avria nen un poc d’inciostr anche par mi? Inutile dire che furono subito accontentati. E i fiaschi passarono di mano in mano…».

 

In quei momenti nessuno pare dare molta importanza alle parole di Badoglio, alla guerra che continua, alla sempre più minacciosa presenza tedesca in Italia: «Un popolo gioiva […] Gioia per la fine di uno stato di cose insopportabili ormai […] decoro per quell’amor di patria che finalmente, dopo anni ed anni di imposture, fioriva sincero dal cuore di tutti. E com’era bello su tutto e su tutti il garrire dei tricolori dai balconi e dalle finestre».



CAMBIANO I NOMI DELLE STRADE

Rievocando su "Baita" quei drammatici giorni di fine luglio del ‘43, Benvenuto Santus cita un aneddoto riguardante il nomignolo che i biellesi avevano affibbiato a Mussolini: «La gente urlava "Bruslu ‘l Ceruti" […] Credo che […] [il nomignolo] di "Cerruti" sia stato inventato nel Biellese. Si tratta infatti di un cognome tipicamente biellese abbastanza diffuso […] Siccome non era molto consigliabile né prudente "nominare il nome del duce invano", soprattutto quando qualcuno al suo nome voleva accompagnare una parolaccia od … un accidenti, ci si sfogava con "Cerruti". "Ah, si ciap Ceruti!" diceva l’operaio che non ne poteva più. "Maledet cul Ceruti" sbottava la donna tribolata per i bollini della tessera sempre scarsa. E così via».

La voglia di lasciarsi alle spalle vent’anni di dittatura si traduce anche nella sostituzione, messa in atto spontaneamente dai cittadini biellesi, delle diciture fasciste di alcune strade e piazze di Biella.
 
Piazza "Martiri Fascisti" (l’attuale Piazza 1° Maggio) è rinominata "Piazza della Libertà", via "Littorio" (oggi Via Amendola) diviene Via "Pietro Badoglio, Maresciallo d’Italia", mentre la targa che indica via "Italo Balbo" (via Gramsci) è semplicemente spezzata dai dimostranti e non sostituita da un’altra scritta.

"UNA SERENA PAROLA DEL VESCOVO DI BIELLA"

Fin dal giorno del suo insediamento a Biella, avvenuto il 19 marzo 1937, il vescovo Carlo Rossi assume nei confronti del fascismo una posizione moderata e prudente, che lo porta ad intrattenere con le autorità locali rapporti cordiali e di reciproco rispetto.

 
L’entrata in guerra dell’Italia induce però il presule biellese a mutare atteggiamento e a esaminare con occhio sempre più critico lo svolgersi degli eventi.

 

Meritano senza dubbio di essere ricordate la netta presa di posizione contro la campagna propagandistica antibritannica promossa dal Regime all’insegna dello slogan «Dio stramaledica gli inglesi», che sulla Rivista Diocesana di novembre 1941 mons. Rossi definisce una «invocazione blasfema […] diametralmente opposta allo spirito del Vangelo […] supremamente antieducativa», aggiungendo di non ritenere né «necessario né utile per un vero sentimento patriottico far discendere ad odio personale quello che è amore agli interessi del proprio Paese, consapevolezza dignitosa dei diritti e dei bisogni del proprio popolo».

 

E la lettera pastorale per la Quaresima del 1943 (intitolata "Di fronte alla tragedia") in cui il vescovo afferma di non poter far altro «che pensare con tremore al terribile conto che, davanti alla Giustizia divina, e anche davanti alla storia umana, dovranno rendere coloro su cui pesa la tragica decisione della guerra e il suo proseguimento, qualora non avessero fatto tutto quello che era dignitosamente possibile per scongiurarla, e che non facessero tutto quello che è coscienziosamente possibile per una onorevole conclusione che salvi il salvabile».

 

La notizia delle dimissioni di Mussolini e l’immediato sfaldamento dell’apparato fascista non possono quindi non suscitare nell’animo di mons. Rossi un senso di sollievo e di speranza, sentimenti che il vescovo esterna dalle pagine de "il Biellese".

 

Riportiamo di seguito il passo più significativo della lettera "Una serena parola del Vescovo di Biella", pubblicata sul numero del 27 luglio 1943: «La nostra fede ci insegna a vedere in tutte le vicende umane la mano di Dio, che guida gli eventi. E come non la vedremmo nei fatti, tanto gravi di conseguenze che segnano l’ora attuale? Non è nostro compito, ora, giudicare, criticare, condannare persone e cose del recente passato. Sarebbe poi affatto contrario al senso cristiano lasciarsi trascinare a sfoghi di vendette. Ma a noi è lecito, nell’eccezionale momento, rallegrarci che sia stata risolta una condizione di cose che ci avviliva e ci soffocava: e gioire nella speranza che la nuova situazione sia veramente migliore. Ma per noi è soprattutto doveroso, come cristiani, pregare molto, perché i Capi, a cui sono affidate le sorti della Patria, abbiano tanta saggezza e tanto potere da guidarla alla feconda ripresa e alla vera prosperità; è doveroso, come cittadini, dare il nostro contributo attivo, coscienzioso, fervido alla ricostruzione delle fortune d’Italia, nelle vie dell’ordine, della disciplina, del lavoro, e nel senso serio del dovere».